Il dovere di man­tenimento del figlio maggiorenne termina all’atto del conseguimento, da parte del figlio di uno “status” di autosufficienza economica consistente nel percepire un reddito corrispondente alla professionalità acqui­sita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, essendo rimessa all’apprezzamento del giu­dice di merito la valutazione sulla eventuale esiguità del reddito percepito (Cass. civ. Sez. I, 17 novem­bre 2006, n. 24498) e quindi sulla non raggiun­ta indipendenza economica del figlio; indipendenza che non coincide con l’instaurazione effettiva di un rapporto di lavoro giuridicamente stabile, ma con il verificarsi di una situazione tale che sia ragionevole dedurne l’acquisto dell’autonomia economica, anche se tale rapporto di lavoro venga meno in seguito a licenziamento, dimissioni od altra causa (come ha precisato Cass. civ. Sez. I, 28 agosto 2008, n. 21773 confermando il mantenimento per una ragaz­za trentacinquenne). In questa direzione si è anche detto che devono continuare ad essere mantenuti dai genitori i figli maggiorenni e diplomati che non hanno trovato un impiego confacente al loro titolo di studio ma solo un “lavoro non qualificato”, come nel caso di un apprendista muratore quasi trentenne col titolo di geometra e ragioniere (Cass. civ. Sez. I, 21 febbra­io 2007, n. 4102).

La prova dell’avvenuto raggiungimento dell’indipen­denza economica del figlio – come tutte le decisioni sopra richiamate ribadiscono – è a carico del genitore che chiede la cessazione dell’obbligo (oltre a quelle già sopra richiamate, Cass. civ. Sez. I, 23 marzo 2004, n. 5719 e Cass. civ. Sez. I, 3 aprile 2002, n. 4765; Cass. civ. Sez. I, 11 marzo 1998, n. 2670). Si afferma in queste decisioni il principio se­condo cui l’obbligo gravante sui genitori di concorrere al mantenimento del figlio persiste finché il genitore o i genitori interessati non dimostrino che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero è sta­to da loro posto nelle concrete condizioni per esse­re autosufficiente. Come è stato anche precisato per giustificare l’onere della prova a carico del genitore che richiede la cessazione dell’obbligo di manteni­mento, “la disposizione di cui all’articolo 6, comma 9, della legge sul divorzio, attributiva del potere del giudice di disporre d’ufficio gli accertamenti necessari per determinare l’an e il quantum del contributo per il mantenimento dei figli, giustificata da un interesse di carattere pubblicistico allorché sono in discussione i diritti della prole minorenne, non può trovare appli­cazione nel caso di controversia relativa alla distribu­zione tra i genitori dell’onere di mantenimento di figli maggiorenni”(Cass. civ. Sez. I, 23 marzo 2004, n. 5719 che richiama in motivazione altra giurispruden­za sul punto)

Quindi la valutazione del giudice sull’indipendenza economica deve essere compiuta caso per caso tenen­do presenti le condizioni specifiche ed indagando se nel mancato raggiungimento dell’indipendenza econo­mica siano riscontrabili responsabilità dell’interessato.

Particolare rigore deve essere adoperato nella valu­tazione dell’indipendenza economica allorché il figlio maggiorenne sia affetto da una patologia che ne ri­duca le possibilità di occupazione (Cass. civ. Sez. I, 11 giugno 2008, n. 15544 e Cass. civ. Sez. I, 19 gennaio 2007, n. 1146 entrambe in situazioni con­cernenti maggiorenni affetti da handicap e precedenti all’introduzione da parte della legge 54/2006 dell’art. 155-quinquies, secondo comma, codice civile, ora art. 337-septies, secondo comma).

Gli stessi criteri e i medesimi presupposti di valutazio­ne dell’indipendenza economica del figlio maggioren­ne ai quali si è sopra accennato devono valere natu­ralmente anche per l’ipotesi in cui il giudice si trovi a dover affrontare il tema dell’assegnazione della casa familiare al genitore con cui il figlio maggiorenne con­tinua a convivere, essendo assolutamente pacifico in giurisprudenza che la condizione di non autosufficienza economica del figlio maggiorenne che dà diritto al man­tenimento è presupposto anche dell’assegnazione della casa familiare (molto chiara in proposito già Cass. civ. Sez. I, 2 luglio 1990, n. 6774 dai cui principi la giu­risprudenza non si è in seguito mai discostata).

Non condivisibile – perché privo di agganci normati­vi ed anzi oggi in contrasto con il nuovo art 315-bis c.c. – appare quell’orientamento della giurisprudenza di legittimità che considera venuto meno il diritto al mantenimento ove il figlio maggiorenne, conclusasi una esperienza lavorativa che lo aveva reso tempo­raneamente autosufficiente, perda la sua autonomia rientrando in famiglia. Hanno seguito questa inter­pretazione Cass. civ. Sez. I, 2 dicembre 2005, n. 26259 dove si afferma apoditticamente che le cir­costanze che hanno interrotto l’indipendenza econo­mica non possono far risorgere un obbligo di man­tenimento i cui presupposti erano già venuti meno; Cass. civ. Sez. II, 7 luglio 2004, n. 12477 e Cass. civ. Sez. I, 22 novembre 2010, n. 23590 dove si legge che l’obbligo dei genitori non può protrarsi sine die e che pertanto esso trova il suo limite allorché il figlio risulti avviato ad una attività lavorativa la qua­le, ma non viene chiarito in base a quali presupposti normativi, interrompe “il legame e la dipendenza mo­rale e materiale con la famiglia d’origine”. In verità nessuna norma afferma (e se vi fosse una norma del genere sarebbe nell’attuale congiuntura economica certamente irragionevole) che il diritto al manteni­mento venuto meno per una circostanza determinata (perché per esempio un ragazzo ha trovato un’attività lavorativa temporanea) non possa poi riprendere vita quando il ragazzo dovesse terminare non per sua col­pa tale attività.

L’interpretazione opposta è stata sostenuta da Cass. civ. Sez. I, 24 settembre 2008, n. 24018 secondo cui l’obbligo di mantenimento del figlio “riprende nel caso in cui il giovane abbia deciso di lasciare il lavoro che lo aveva reso economicamente indipendente per ri­prendere gli studi, seguire corsi di formazione e seguire così la propria inclinazione e aspirazione e ciò in quanto non ha colpa il figlio che rifiuta una sistemazione lavo­rativa non adeguata rispetto a quella cui la sua speci­fica preparazione, le sue attitudini ed i suoi effettivi in­teressi siano rivolti, quanto meno nei limiti temporali in cui tali aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate, e sempre che tale atteggiamento di rifiuto (nel proseguire a lavorare) sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia”.

Infine va precisato che il raggiungimento della mag­giore età del figlio e la raggiunta autosufficienza eco­nomica secondo la giurisprudenza non sono, di per sé, condizioni sufficienti a legittimare “ipso facto” la mancata corresponsione dell’assegno, ma determina­no unicamente la possibilità per il genitore obbligato di richiedere in sede giudiziaria l’accertamento di tali circostanze (Cass. civ. Sez. I, 19 ottobre 2006, n. 22491; Cass. civ. Sez. I, 4 aprile 2005, n. 6975; Cass. civ. Sez. I, 16 giugno 2000, n. 8235). Que­sto orientamento è in sé condivisibile, ma eccessiva­mente rigido. Bisogna considerare, infatti, che nella prassi il genitore separato o divorziato che concorre al mantenimento interrompe la corresponsione dell’as­segno allorché si verificano situazioni che denotano ragionevolmente la raggiunta indipendenza econo­mica dei figli, senza attivare alcuna procedura con­tenziosa. Naturalmente è sempre salvo il diritto degli interessati di ricorrere al giudice per reclamare il loro diritto alla prosecuzione del mantenimento.

Lessico del diritto di famiglia

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