L’intervista che segue è stata rilasciata a Fabio Conforti nel corso di un più ampio lavoro di ricerca sulle nuove professioni emergenti in Europa per conto di Iurop.it. La ricerca non è ancora stata pubblicata. Questo stralcio è pubblicato in accordo con www.iurop.it

Quanto è importante una corretta comunicazione nella coppia?

Personalmente, essendo sia avvocato che coach, pongo la ricostruzione della comunicazione come elemento essenziale per far vivere sia i figli che i genitori separati o in forte crisi, in un contesto nuovo e sereno!

Credo fermamente che, come per stare insieme, anche per affrontare una separazione sia importante essere preparati ed è per questo che la comunicazione nella coppia dovrebbe funzionare sempre. Questo è il segreto per portare avanti una relazione, per far crescere bene i propri figli anche qualora si sia deciso di separarsi!

E’ evidente che quando una coppia sta vivendo un momento di profonda crisi, la comunicazione o è del tutto assente o diventa aggressiva. Questo succede anche quando la coppia si trova in difficoltà e vorrebbe superare la crisi, quando la coppia è già separata o addirittura divorziata.

Allora da dove si comincia per riallacciare la comunicazione?

Si inizia dal genitore che, consapevole della pessima comunicazione con l’altro coniuge, chiede un aiuto. Si fanno dei percorsi individuali di coaching, alternativamente con l’uno e l’altro coniuge, con l’obiettivo di ribaltare la rappresentazione in cui si è sempre visto e si continua a vedere l’altro genitore, quella del nostro peggior nemico.

Per trovare una nuova comunicazione tra genitori separati e divorziati, in particolare per il benessere dei figli, l’avvocato di famiglia ha il dovere, oltre ovviamente quello di curare l’aspetto legale, di porsi come coordinatore genitoriale.

Le persone hanno la necessità di essere educate o rieducate a comunicare?

La maggior parte delle persone, che per lunghi anni hanno sempre fatto solo guerre, ritengono che questo sia impossibile da ottenere e continuano a vivere in questo stato di malessere con ripercussioni devastanti sui figli, che ovviamente vengono strumentalizzati.

Personalmente, proprio perché si tratta di una coppia, il mio intervento è individuale; nel senso che lavoro con una parte sola della coppia ed i risultati del percorso inevitabilmente hanno grandi benefici anche sull’altra parte poiché l’atteggiamento di quest’ultima cambia a seguito dellacell2 crescita emotiva della persona che fa coaching.

Altre volte, il mio intervento di coaching è individuale ed alternato, nel senso che, dopo massimo tre incontri fatti con una sola parte della coppia, l’altra, vedendo un cambiamento “in casa”, inizia un percorso individuale parallelo.
E’ un lavoro molto gratificante che spesso porta a dei risultati inaspettati e che talvolta stravolge la prospettiva in cui si vede l’altro genitore, il quale passa dall’essere il peggior nemico, al “migliore alleato”.
Questo accade anche quando, in una fase molto critica, la comunicazione è pessima e la coppia decide di stare insieme e non necessariamente di separarsi!

Come definirebbe una comunicazione “efficace”?

La comunicazione per essere efficace si deve innanzitutto basare sull’ascolto attivo nel senso che per dialogare e capirsi, è necessario prima di tutto ascoltare.

In questo senso è necessario che il coach educhi ad ascoltare proprio laddove si ritiene che l’ascolto sia inutile perché le cose che vengono dette, risultano noiose irrilevanti e ripetitive!
Intendo dire che, appurato che la comunicazione consiste nello scambio di idee e pensieri personali, affinché sia efficace è necessario che ci sia una predisposizione all’ascolto ricettivo delle opinioni reciproche.
Solo così si possono capire le esigenze personali e si identificano quelle condivisibili.
È un compito difficile, impegnativo, che soprattutto nella sua fase iniziale richiede una predisposizione alla collaborazione con un professionista che faccia capire quanto questo lavoro di ricostruzione della comunicazione sia utile ed efficace!

Quindi la comunicazione ma non solo. Dunque questo è solo il primo passo di un percorso di coaching, quali sono gli altri? esiste un percorso-tipo?

Mi capita anche di incontrare persone che sono talmente impaurite, confuse, deluse che non riescono o spesso non vogliono rendersi conto che stanno vivendo una forte crisi con il proprio partner . Con loro il percorso di coaching prevede una durata più lunga che si potrebbe suddividere in tre fasi che io chiamo: di conoscenza, di crescita, di costruzione. Molto in sintesi, nella prima, si fotografa la situazione in cui si è; nella seconda si acquisisce la consapevolezza necessaria per poi capire cosa realmente si vuole ottenere; nella terza si realizza il proprio obiettivo definendo le modalità.
Ferme restando queste linee guida, è evidente che le sessioni di coaching siano personalizzate a seconda della situazione e le esigenze personali che ognuno vive!

Questo percorso sembra richiedere la disponibilità a mettersi in discussione. Tutti i clienti lo sono?

Talvolta succede che il cliente voglia subito affrontare la separazione senza metabolizzare il carico emotivo e poi dopo si renda conto di dover iniziare un percorso emotivo, altre volte ancora viene presa in esame solo la fase legale perché si ritiene di perdere tempo ad affrontare la parte emotiva.

Ora che le persone conoscono il mio approccio, è raro che si rivolgano a me quest’ultima categoria di persone; le poche volte che accade il mio supporto è esclusivamente legale.

Abbiamo visto casi di studi professionali che cercano di integrare le competenze, migliorando l’offerta di servizio attraverso la multidiciplinarietà. Normalmente questo avviene riunendo professionisti diversi. Sono casi sporadici o si tratta di una vera e propria tendenza?

verticaleLa tendenza adesso un po’ più di prima è quella di “riunire” professionisti con diverse competenze per cercare di migliorare l’offerta del servizio alle famiglie che attraversano momenti di difficoltà. Questo modello di integrazione fra diverse discipline, fino a pochi anni fa era proprio quasi esclusivamente delle associazioni di volontariato o di libera aggregazione di categoria: vuoi di genitori singoli, di padri separati o di altro. Oggi si comincia a comprendere che il supporto multidisciplinare è di fondamentale importanza a livello professionale e questo vale sia per gli studi privati che per le strutture pubbliche di supporto alla famiglia.

Ma lei riunisce due competenze in apparenza in contraddizione fra loro in una unica figura professionale, il suo è un caso unico?

La mia integrazione di competenza è un caso abbastanza unico nel senso che in me è nata questa esigenza dalla mia esperienza personale (cfr.Chi Sono )

L’avvocato coach è una figura multidisciplinare che si pone innanzitutto come guida emotiva della persona che vive un periodo critico della vita di coppia, per poi trovare la soluzione legale più idonea al suo caso.
Solo dopo una serie di incontri individuali si riesce a “capire” quale sia la scelta più idonea, quella che possa concretamente trasformarsi in una situazione sostenibile e duratura!

Questa figura interdisciplinare con uno spiccato approccio emotivo è molto apprezzata perché la persona che si rivolge ad un avvocato in una fase della vita delicata e così importante, ha bisogno di essere guidata e sostenuta.
Quando capisce che il professionista che ha trovato ha determinate caratteristiche, fa affidamento su di lui anche per tutto quello che riguarda “gli interventi di assoluta urgenza” nei quali il tuo avvocato ti deve sostenere per darti un apporto concreto ed immediato.

Può farci un esempio?

Mi vengono in mente telefonate o mail di miei clienti già separati che si trovano in differenti situazioni: il mancato rispetto del diritto di visita del figlio nei giorni prestabiliti è fra i casi più frequenti. Le spese straordinarie che devono essere affrontate per le quali non ci sia il consenso dell’altro coniuge, la mancata presenza a riunioni scolastiche o, nel caso di disabilità dei figli, a riunioni mediche in cui è necessaria la presenza dell’altro genitore per prendere decisioni urgenti, imprevisti legati ad un particolare bisogno del ragazzo in quel preciso giorno, decisioni da assumere con urgenza, episodi di violenza psicologica o fisica durante gli incontri con l’altro genitore, la casistica è infinita e le cose che accadono nel quotidiano non sempre sono gestibili solo legalmente, anzi.

I suoi clienti si rivolgono a lei per essere aiutati a gestire la propria crisi del rapporto ancor prima che per una tutela legale. E’ corretto?

In generale si tratta di clienti che devono gestire stati d’animo di disperazione, di ansia, di preoccupazione, di paura, di confusione, i quali hanno bisogno di confrontarsi con una persona competente che sia in grado di gestire questo carico emotivo con immediati consigli pratici.

Il contatto diretto con la propria guida è essenziale per sapere che strada prendere anche se mi rendo perfettamente conto che l’avvocato tradizionale non è interessato ad offrire questo tipo di servizio, che reputa superfluo.
Inoltre, l’avvocato di famiglia, inteso nel senso tradizionale del termine, non si occupa di tutta quella fascia di coppie conviventi e non, le quali, magari sono senza figli e stanno comunque vivendo momenti terribili, che riescono a superare con l’ aiuto di una figura professionale atipica.

Lei consiglia anche ai suoi colleghi questo approccio o ritiene che sia una scelta dalla quale si possa prescindere?

riorigheA mio parere, ogni avvocato di famiglia dovrebbe innovarsi estendendo le proprie competenze al di là della sfera legale.
Sono tuttavia consapevole che anche laddove si abbia la fortuna di trovare il professionista idoneo, la multidisciplinarietà insita in lui potrebbe non essere sempre sufficiente a soddisfare tutti i possibili bisogni del cliente.
Questo ad esempio si verifica quando una persona si trovi in uno stato di malessere significativo, non legato alla rottura di un legame ma a patologie pregresse e comunque indipendenti da essa.
Proprio per questi motivi sono molto soddisfatta della scelta che ho fatto, ossia quella di cambiare lo studio dopo 18 anni in cui ho sempre lavorato a stretto contatto con altri colleghi, per andare a lavorare in uno studio con dottori psicologi, psicoterapeuti, neuropsichiatri con i quali ogniqualvolta risulti utile e necessario si lavora in equipe.

Lei è stata recentemente eletta Presidente dell’Anfi Liguria.

Si, sono Presidente dell’Anfi Liguria che è un’associazione nazionale di familiaristi italiani, fondata proprio sulla multidisciplinarietà e questo rappresenta il coronamento del mio sogno, quello di mettere a disposizione una rete di professionisti che a seconda delle proprie competenze, siano in grado di rispondere alle anomalie che la “nuova famiglia” potrebbe incontrare durante il suo percorso.

In una recente intervista televisiva (Chi vince e chi perde nel divorzio) lei ha sostenuto le parti della donna nella separazione, quale “vittima” o comunque soggetta a maggiori penalizzazioni. Questa sua posizione è risultata essere controcorrente rispetto alla convinzione comune e, per alcuni versi sorprendente. Non è più l’uomo ad essere penalizzato?

Assolutamente non è così ed anzi, con il divorzio, la donna, che forse fino ad un po’ di tempo fa era più tutelata, ora normalmente si trova in una situazione disastrosa ed anche se non lavora, laddove si ritenga che abbia un’abilità a lavorare, non le viene riconosciuto il diritto all’assegno di mantenimento.
Ora noi tutti sappiamo che, anche in regime di affidamento condiviso, la donna, essendo quasi sempre la collocataria, salvo rare eccezioni, deve badare ai figli ed al lavoro, o solo ai figli se non lavora, con un apporto economico del marito che di solito non è sufficiente a condurre una vita decorosa.
Il risultato è che in sintesi nel divorzio la donna è penalizzata più dell’uomo.

Anche quando le venga riconosciuto un assegno dignitoso?

Spesso, nei casi in cui l’assegno per i figli sia dignitoso, dopo un po’ di tempo il papà non rispetta più gli accordi, perché magari anche a lui possono cambiare le situazioni economiche o può rimanere senza lavoro. O più semplicemente perché mantenere l’assegno penalizza troppo le sue condizioni di vita.
Accade dunque che l’ex-coniuge si trovi a chiedere la riduzione dell’assegno e questo innesca nuove situazioni conflittuali e nuove tensioni nel rapporto, che penalizzano prima di tutto i figli.

Le statistiche, o forse sarebbe più corretto dire l’opinione più diffusa, racconta però che le donne sono sempre reticenti ad accettare giustificazioni sull’insufficienza di reddito da parte dell’ex- coniuge. Nel caso invece sia realmente così, il percorso legale che si deve intraprendere per ottenerne la riduzione è piuttosto lungo ed oneroso. Non è anche per questi motivi che si riaccende il conflitto?

E’ proprio per questi motivi che io consiglio di arrivare ad una “separazione sostenibile” che deve essere necessariamente condivisa. Per quanto dunque, diversamente dal matrimonio, la separazione si possa legalmente ottenere anche da soli, sarebbe auspicabile che come per il matrimonio, si possa arrivare insieme ad una separazione consapevole!

Emerge inevitabilmente l’importanza di ricostruire una situazione di equilibrio basata sul dialogo e la fiducia anche dopo la separazione. Considerato che il rapporto da separati, pur essendo diverso dal rapporto di coppia, è sicuramente non meno importante per i figli.

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